
Nella mia attività di Counseling, utilizzo i simboli, i miti e gli archetipi come strumenti di lettura dell’esperienza umana e dei processi interiori.
Non lavoro su piani di appartenenza spirituale, lignaggi iniziatici, ruoli sacerdotali o risvegli di poteri antichi.
I miti, le figure sacre, le feste tradizionali e i luoghi simbolici non sono, per me, identità da incarnare né memorie letterali da riattivare.
Sono mappe dell’anima: narrazioni potenti attraverso le quali la psiche parla del presente, del corpo, delle relazioni e della storia personale e familiare.
Il simbolo, inteso in questo modo, non spiega la vita al posto nostro.
Non consola.
Non salva.
Mette in contatto con ciò che è già attivo in noi, e chiede di essere visto e attraversato.
Antenati e genealogia nel Counseling simbolico: il passato che vive oggi
Nel linguaggio immaginale, si dice che gli antenati vengono evocati, ma con un senso profondamente diverso da quello che viene attribuito comunemente a questo termine.
Non si tratta di evocare spiriti in quanto entità separate da noi, presenze autonome che verrebbero “riportate qui” per intervenire nella nostra vita, guidarci, proteggerci o operare trasformazioni al posto nostro.
Gli antenati non sono altro da noi.
Non sono forze esterne, né potenze che agiscono indipendentemente dalla nostra volontà o dal nostro lavoro di trasformazione interiore.
Quando vengono evocati nel lavoro simbolico e genealogico, emergono come rappresentazioni psichiche: posture interiori, modi di sentire e di reagire, lealtà invisibili, paure, desideri e modalità relazionali che hanno attraversato il Tempo e che oggi trovano espressione nella nostra vita.
Non sono “loro” che agiscono.
Siamo noi che, spesso senza saperlo, li incarniamo.
L’approccio transgenerazionale, per come lo intendo, non spiega un destino identificandone la causa, ma offre una narrazione simbolica: un mito incarnato che permette di dare forma a quello che non è stato detto, visto, riconosciuto e non ha trovato spazio o possibilità di trasformazione.
Dire “questa dinamica viene dal mio lignaggio” non sposta la responsabilità indietro nel tempo.
La riporta qui, nel corpo e nella vita di oggi.
Vite passate e karma: immagini della psiche
Lo stesso vale quando emergono immagini di vite passate o narrazioni karmiche.
Nel mio lavoro non le considero memorie letterali di altre esistenze, ma figure simboliche attraverso le quali la psiche parla di sé.
La psiche non funziona secondo una cronologia lineare, mettendo in fila i fatti.
Funziona per immagini, risonanze e associazioni.
Dire “in un’altra vita” è spesso il modo più accessibile che la mente usa per dire:
questa parte di me non trova posto nella mia vita di oggi.
Karmico e transgenerazionale sono due linguaggi simbolici differenti per raccontare uno stesso movimento interiore:
il primo utilizza una narrazione cosmica, il secondo una narrazione storica e familiare.
Entrambi diventano sterili quando vengono interpretati letteralmente.
Entrambi diventano potenti quando vengono ascoltati come miti attivi, non come fatti.
Un lavoro che radica
Il mio approccio è radicato:
- nella responsabilità individuale
- nella dimensione psicologica e sistemica
- nell’ascolto profondo, non nella ricerca di stati, ruoli o identità spirituali speciali, né nell’idea di essere più evoluti, più consapevoli o “diversi” dagli altri.
Non accompagno in percorsi che propongono (o, peggio, promettono) iniziazioni, ricalibrazioni energetiche, guarigioni karmiche o riconoscimenti di ruoli “speciali”.
Credo che il lavoro interiore autentico non renda eletti, ma più umani.
Più presenti.
Più responsabili.
Chi entra nel mio spazio non viene chiamato a “ricordare chi era” per spiegare e sistemare il presente, ma a diventare più consapevole di chi è oggi.
Senza scorciatoie, senza suggestioni, senza bisogno di attribuirsi qualità speciali per sentire di avere valore.
Evocazione, simbolo e responsabilità
È importante chiarire che, in questo senso, l’evocazione non ha nulla a che fare con lo spiritismo.
Non riguarda il contatto con spiriti, entità o presenze separate da noi, né l’idea che esistano forze invisibili che possano intervenire al posto nostro per sistemare quello che non funziona nella nostra vita.
Nel lavoro simbolico, nulla opera al posto nostro.
Nulla è separato da noi.
Il simbolo non risolve, non interviene, non aggiusta.
Rende visibile ciò che è già all’opera nella nostra esperienza e che chiede di essere visto, riconosciuto, attraversato.
È sempre il lavoro interiore, concreto e personale, a fare la differenza.
La domanda del simbolo
Quando un simbolo emerge — un mito, un antenato, una vita passata, un archetipo — la domanda non è “da dove viene?” o “come si chiamava?”, “chi era?”, “cosa è successo?”
La domanda è:
👉 che cosa mi sta chiedendo questa immagine, nella mia vita, in concreto, oggi?
Finché il simbolo resta un racconto, una suggestione o una spiegazione che restituisce un senso, protegge.
Protegge dal dolore, dal vuoto, dalla discesa necessaria nelle parti più vulnerabili della nostra storia.
Le narrazioni simboliche possono diventare un modo raffinato per restare in superficie:
👉 per dare un nome affascinante a quello che fa male,
👉 per collocare altrove ciò che chiede di essere attraversato qui e ora,
👉 per spiegare invece di sentire.
Quando il simbolo viene usato per raccontarci chi siamo “al di là” di questa vita, o per spostare l’origine della sofferenza in un altrove lontano, collocato fuori dalla storia personale e dall’esperienza umana, rischia di allontanarci dal lavoro più scomodo e più vero: incontrare ciò che abbiamo vissuto, sentito, desiderato, qui, nella prima infanzia e nel periodo pre- e perinatale, e che si è depositato nell’inconscio.
In questi casi il simbolo non apre.
Chiude.
Non accompagna nel viaggio profondo, lo evita.
Trasforma il dolore in una storia coerente, ma non lo attraversa.
Il simbolo diventa vivo solo quando smette di spiegare e comincia a chiedere.
Chiede presenza, responsabilità, disponibilità a stare con ciò che c’è, senza scorciatoie e senza alibi.
È su questo terreno che lavoro.
Se questo modo di vivere e usare il simbolo ti risuona, questo spazio può essere anche il tuo.
Grazie di essere qui,
Roberta



