E se quello che chiami carattere fosse il risultato delle tue difese?

 

Un meccanismo di difesa è una risposta automatica attraverso cui la psiche cerca di proteggerci da emozioni, bisogni o verità interiori che percepisce come troppo dolorosi, troppo pericolosi o incompatibili con il legame da cui dipendiamo.

 

Non nasce da un errore.

 

Nasce da un’intelligenza profonda e innata.

 

Quando siamo bambini, non abbiamo ancora la possibilità di dire: “Questo ambiente non è adatto a me”, “questa relazione mi ferisce”, “questo adulto non riesce a vedermi”. Dipendiamo completamente dalle persone che si prendono cura di noi. Per questo, quando il bisogno di essere noi stessi entra in conflitto con il bisogno di conservare il legame, inevitabilmente vince il secondo.

 

Il bambino non può permettersi di pensare che il genitore non sia disponibile, non sia capace di proteggerlo o non riesca ad amarlo nel modo di cui avrebbe bisogno.

È molto più sopportabile pensare:

 

“Devo essere più bravo.”

“Non devo avere bisogno.”

“Non devo creare problemi.”

“Devo occuparmi degli altri.”

“Devo capire prima che cosa vogliono da me.”

“Devo diventare indispensabile.”

“Non devo sentire rabbia.”

“Non devo mostrare paura.”

 

Queste non sono convinzioni formulate consapevolmente. Sono adattamenti profondi, che si registrano nel corpo e determinano l’organizzazione del sistema nervoso.

 

Se quando esprimo un bisogno incontro freddezza, irritazione o distanza, imparo a non averne.

Se quando mi arrabbio rischio di perdere l’amore, imparo a rivolgere la rabbia contro di me.

Se l’ambiente è imprevedibile, imparo a controllare tutto.

Se vengo visto soltanto quando sono utile, imparo che il mio valore dipende da ciò che faccio per gli altri.

Se la mia spontaneità disturba, imparo a diventare accomodante, invisibile o perfetto.

 

Il meccanismo di difesa nasce come una soluzione.

 

Diventa un problema quando continua ad agire anche molti anni dopo, quando il pericolo percepito in origine non esiste più e comunque dovremmo avere le risorse per affrontarlo.

 

A quel punto possiamo chiamare “carattere” quello che in realtà è stato adattamento.

 

Possiamo dire:

 

“Io sono una persona indipendente”, quando abbiamo imparato a non chiedere.

“Io sono molto razionale”, quando abbiamo dovuto disconnetterci dalle emozioni.

“Io mi prendo cura di tutti”, quando abbiamo scoperto che essere utili era il modo più sicuro per non essere abbandonati.

“Io sono molto emotiva”, quando in realtà il nostro sistema nervoso ha imparato a restare costantemente in allerta e a percepire ogni minima variazione dell’ambiente come potenzialmente significativa per la sopravvivenza.

 

Ed è qui che entra in gioco l’inconscio.

 

Il meccanismo di difesa deve restare, almeno in parte, inconscio per poter funzionare. Se vedessimo chiaramente il dolore, la paura o il bisogno che sta proteggendo, la difesa perderebbe la sua efficacia.

 

Per questo, non sappiamo che ci stiamo difendendo.

Crediamo semplicemente di essere fatti così.

 

L’inconscio non è soltanto il luogo in cui abbiamo dimenticato degli eventi. È il luogo in cui sono conservate le associazioni profonde tra esperienza e pericolo:

 

“Se dico di no, perderò il legame.”

“Se mi mostro vulnerabile, verrò ferito.”

“Se smetto di controllare, succederà qualcosa.”

“Se non sono utile, non valgo.”

“Se desidero troppo, resterò deluso.”

“Se mi lascio amare, prima o poi verrò abbandonato.”

 

Queste associazioni vivono nel corpo, nel sistema nervoso, nelle reazioni automatiche, nelle scelte relazionali e persino nel tipo di persone verso cui ci sentiamo attratti.

 

Possiamo comprendere razionalmente che una relazione è sicura e continuare a sentirci minacciati.

Possiamo sapere di avere diritto a dire di no e sentirci comunque in colpa.

Possiamo desiderare intimità e, quando finalmente arriva, allontanarci.

Possiamo dire di volere libertà e scegliere continuamente legami che ci costringono.

 

Questo accade perché la parte cosciente vuole cambiare, ma quella inconscia continua a proteggerci secondo mappe molto più antiche.

 

Perciò non basta riconoscere il meccanismo di difesa.

Dire “sono una persona controllante”, “sono evitante”, “tendo a compiacere” è soltanto l’inizio.

 

La domanda vera è:

 

Da che cosa mi protegge questa difesa?

Che cosa temo accadrebbe se smettessi di usarla?

Quale emozione diventerebbe visibile?

Quale bisogno dovrei finalmente riconoscere?

Quale immagine di me o della mia famiglia verrebbe messa in discussione?

 

Non si tratta di eliminare brutalmente le difese.

Una difesa si comprende, si ringrazia e si rende progressivamente meno necessaria.

Perché quella difesa, un tempo, ci ha protetti.

 

Ma quello che in passato ci ha salvati può diventare la prigione del presente.

 

Il passaggio evolutivo consiste allora nel riconoscere che oggi non siamo più il bambino che doveva adattarsi per conservare il legame.

 

Oggi possiamo imparare a restare in relazione senza abbandonare noi stessi.