
E se anche il lavoro su di te fosse diventato una strategia di adattamento?
Negli ultimi anni abbiamo imparato tante parole nuove.
Abbiamo iniziato parlando di ego, di ombra, di bambino interiore, di ferite da guarire.
Abbiamo scoperto che a volte indossiamo maschere, che ci sono parti di noi che non vogliamo vedere, che abbiamo costruito strategie per essere amati, accettati, riconosciuti.
Poi abbiamo imparato altre parole.
Narcisismo.
Dipendenza affettiva.
Relazioni tossiche.
Empatia.
E abbiamo iniziato a dirci:
“Io sono empatico, per questo attiro narcisisti.”
“Io ho paura dell’abbandono.”
“Io ho questa ferita.”
“Io funziono così.”
Poi siamo andati ancora più in profondità.
Abbiamo guardato il nostro albero genealogico.
Le memorie familiari.
Le lealtà invisibili.
Le storie non concluse dei nostri antenati.
A volte abbiamo cercato risposte ancora più lontano: nel karma, nelle vite passate, nei viaggi dell’anima.
E poi sono arrivate parole ancora più precise.
Trauma.
Sistema nervoso.
Attaccamento.
Dissociazione.
Strategie di sopravvivenza.
Difese.
E tutto questo è prezioso.
Perché dare un nome a quello che accade dentro di noi spesso è la prima porta da aprire e attraversare.
Per anni abbiamo pensato:
“sono sbagliato.”
“sono troppo sensibile.”
“perché reagisco così?”
“perché non riesco a cambiare?”
Poi un giorno scopriamo che forse quella reazione non era un difetto.
Era una protezione.
Quel comportamento non era un errore.
Era una strategia.
Quel sintomo, quella chiusura, quella paura, quella modalità relazionale avevano avuto un senso.
E qualcosa finalmente si rilassa.
Ma poi arriva una seconda porta.
Una porta di cui parliamo molto meno.
Perché la mente è straordinaria.
E può trasformare anche la ricerca in una nuova identità.
Prima ero prigioniero della mia storia.
Poi rischio di diventare prigioniero della spiegazione della mia storia.
Prima dicevo:
“sono fatto così”.
Poi diventa:
“sono fatto così perché ho un trauma.”
“sono fatto così perché ho quella ferita.”
“sono fatto così perché il mio sistema nervoso si attiva.”
“sono fatto così perché il mio clan porta questa memoria.”
“sono fatto così perché in una vita passata…”
Può essere tutto vero.
Ma poi?
La domanda fondamentale non è più soltanto:
“Perché sono diventato così?”
Questa domanda è sacra.
È necessaria.
È la porta d’ingresso.
Ma non può diventare la casa in cui abitare per sempre.
Perché anche cercare continuamente spiegazioni può diventare una strategia.
Anche analizzarsi senza fine può diventare un modo per non rischiare qualcosa di nuovo.
Posso conoscere perfettamente il mio tema natale.
Posso sapere tutto della mia infanzia.
Posso ricostruire sette generazioni del mio albero genealogico.
Posso conoscere ogni risposta del mio sistema nervoso.
E continuare comunque a ripetere la stessa storia.
Solo raccontandola con parole più raffinate.
Il vero lavoro non è trovare una spiegazione sempre più sofisticata della gabbia.
È accorgersi quando quella gabbia, che un tempo mi ha protetto, diventa troppo stretta.
E iniziare ad aprire la porta.
Un po’ alla volta.
Senza rinnegare il passato.
Senza giudicare le parti di me che hanno fatto di tutto per farmi sopravvivere.
Ma ricordando una cosa:
il bambino ferito non vuole restare il protagonista della nostra vita in eterno.
Se queste parole hanno mosso qualcosa dentro di te, forse sei arrivato anche tu davanti a quella seconda porta.
La soglia in cui smetti di cercare soltanto nuove spiegazioni su chi sei diventato e inizi a incontrare chi sei stato chiamato a essere.
Perché il vero cambiamento non accade quando troviamo un’altra risposta.
Accade quando smettiamo di raccontare e spiegare la nostra storia e iniziamo a sentirla nel corpo, ad attraversare le emozioni che abbiamo evitato e a permettere a una nuova immagine di noi di emergere.
Roberta


