About the Author: Roberta Turci

La congiunzione di Saturno e Nettuno del 20 febbraio 2026 non è un semplice transito astrologico: è una soglia. E quando questa soglia si colloca a 0° dell’Ariete, il punto in cui il ciclo zodiacale ricomincia, il messaggio diventa ancora più chiaro e preciso: qualcosa finisce e simultaneamente qualcos’altro nasce.

Questo incontro tra Saturno e Nettuno ha molto a che fare con la chiamata a una trasformazione profonda del modo in cui viviamo la spiritualità: ci vuole più veri, più presenti, più incarnati.

Nettuno è associato al mistero, al simbolo, alla dimensione invisibile, al senso di unità che supera i confini dell’ego. È l’archetipo che ci apre al trascendente, che ci fa intuire che la realtà è molto più di quello che vediamo.

Ma Nettuno ha anche un lato più fragile. Quando non è integrato, può diventare confusione, illusione, bisogno di credere a qualcosa che ci sollevi dalla fatica di stare nella complessità dell’esistenza.

Saturno, al contrario, ci riporta sempre alla realtà. Al limite. Al tempo. Alla responsabilità. È il principio che ci chiede di dare forma a ciò che percepiamo, di trasformare le intuizioni in esperienza concreta, di assumerci le conseguenze delle nostre scelte.

Durante il transito di Nettuno in Pesci, si è diffusa una spiritualità che promette sollievo immediato, risposte rassicuranti, narrazioni che spiegano tutto e che, soprattutto, proteggono dall’incertezza. È comprensibile, perché il bisogno di sentirsi guidati e protetti è profondamente umano. Ma quando la spiritualità diventa un luogo dove rifugiarsi per non incontrare il dolore, la rabbia, la solitudine o la paura, smette di essere una via evolutiva e diventa una forma raffinata di difesa.

Spesso, questa spiritualità si manifesta attraverso la ricerca di risposte esterne, l’interpretazione letterale dei simboli, la convinzione che esista un destino già scritto che ci sollevi dalla responsabilità delle nostre scelte, o il bisogno di sentirsi speciali per compensare una fragilità interiore che non ha trovato lo spazio per essere accolta. È un tentativo della psiche di proteggersi.

Non è raro che, in questa ricerca di protezione e guida, le grandi figure archetipiche della tradizione spirituale vengano inconsapevolmente trasformate in scorciatoie emotive.

A volte penso che, se potessero parlare, archetipi come Maria Maddalena o l’Arcangelo Michele ci inviterebbero a smettere di usarli come rifugio dalle nostre paure! Dovremmo smettere di vederli come entità esterne che possono intervenire nelle vicende umane e iniziare, piuttosto, a incarnare la verità, il coraggio e la trasformazione che rappresentano!

In questi ultimi anni, la psicologia del trauma e le neuroscienze ci stanno offrendo chiavi di lettura molto preziose per comprendere quello che viene chiamato spiritual bypass, cioè l’uso della spiritualità per evitare il contatto con le proprie emozioni e con il proprio corpo.

Il nostro sistema nervoso è progettato per proteggerci. Quando viviamo esperienze che percepiamo come troppo intense o minacciose, attiva diverse risposte di difesa: attacco, fuga, congelamento, dissociazione oppure quel movimento più silenzioso che ci porta ad adattarci e a compiacere l’altro pur di mantenere la relazione e sentirci al sicuro (fawning).

Proprio quest’ultima modalità, spesso invisibile perché socialmente valorizzata, può facilmente essere scambiata per apertura spirituale o amore incondizionato, mentre nasce in realtà da un bisogno profondo di sicurezza e appartenenza.

Molte esperienze spirituali che sembrano elevanti possono, in alcuni casi, coincidere con stati dissociativi che creano un temporaneo sollievo dal dolore, ma anche una distanza dal corpo e dalla realtà emotiva. La ricerca continua di stati di luce, armonia o trascendenza può diventare un modo per evitare il contatto con ciò che dentro di noi chiede attenzione.

Il sollievo è reale, ma spesso temporaneo. E quando la spiritualità diventa una strategia di regolazione del sistema nervoso, rischia di impedirci di elaborare davvero il nostro vissuto.

Il ciclo che si apre con la congiunzione Saturno – Nettuno, ci invita esattamente là dove il sistema nervoso vorrebbe evitare di andare: nella lentezza, nella presenza, nella costruzione graduale di stabilità interna, nel contatto con il limite e con il nostro mondo emotivo.

Il fatto che questa congiunzione avvenga in Ariete rende il messaggio ancora più diretto. L’Ariete è il segno dell’inizio, dell’identità, del coraggio di esistere, del primo movimento verso la vita.

Qui la spiritualità non può più restare un’esperienza interiore astratta. Deve diventare scelta, posizione, azione. Non basta più sentire, percepire o intuire. La domanda diventa: che cosa fai, concretamente, di ciò che senti?

La spiritualità incarnata non nega l’invisibile: lo radica.

Invita a restare in contatto con il corpo, con le emozioni, con la complessità delle relazioni.

Invita ad accettare che la crescita richiede tempo, attraversamento, maturazione.

L’intuizione non ci esonera dalle responsabilità, anzi.

La spiritualità incarnata integra il lavoro interiore con la psicologia del profondo. Non promette salvezze immediate. Offre qualcosa di più impegnativo e, proprio per questo, più trasformativo: la possibilità di diventare interi.

Questa congiunzione parla di un cambiamento collettivo. Molte strutture spirituali basate su risposte rassicuranti o su autorità non integrate inizieranno a mostrare i loro limiti. Allo stesso tempo, emergeranno percorsi capaci di unire simbolo, psicologia, neuroscienze ed esperienza incarnata.

È un passaggio che può generare smarrimento, perché quel che prima dava sicurezza, ora perde progressivamente significato. Ma è anche un’opportunità straordinaria per costruire una relazione più adulta con il mistero.

Credo e sento che la maturità spirituale inizia quando smettiamo di cercare qualcuno che ci salvi. Il sacro non è fatto di immagini da invocare per sfuggire alle sfide della vita, ma di simboli che diventano specchi e ci accompagnano ad attraversarla con presenza, verità e responsabilità. Allora, la spiritualità smette di essere un’idea consolatoria e diventa qualcosa che prende forma nei gesti, nelle relazioni e nelle scelte con cui ogni giorno diamo corpo alla nostra anima.

Roberta Turci