
Negli ultimi anni (finalmente!) si parla sempre di più del legame tra corpo, emozioni e vissuti interiori. Ed è più che un bene!
Per troppo tempo abbiamo separato ciò che pensiamo e sentiamo da quello che viviamo nel corpo, come se fossero mondi indipendenti.
Oggi sappiamo che stress cronico, traumi, adattamenti emotivi e sistema nervoso influenzano profondamente il nostro benessere psicofisico.
Ma proprio perché questo tema è delicato e potente, credo sia importante fare attenzione a un rischio sempre più diffuso: quello della 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒍𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆. Un rischio che, ahimè, riguarda da tempo anche altre discipline profonde e complesse come l’astrologia e la psicogenealogia.
𝑰𝒍 𝒄𝒐𝒓𝒑𝒐 𝒖𝒎𝒂𝒏𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒅𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒔𝒊𝒎𝒃𝒐𝒍𝒊𝒄𝒐 𝒅𝒂 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒑𝒓𝒆𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒊𝒏 𝒎𝒐𝒅𝒐 𝒂𝒖𝒕𝒐𝒎𝒂𝒕𝒊𝒄𝒐.
Non funziona così:
“Mal di gola = parole non dette”
“Problemi alla pelle = conflitto di separazione”
“Disturbi intestinali = rabbia trattenuta”
Può esserci una risonanza simbolica, certo. Ci sono sintomi che emergono in momenti specifici, eventi emotivi che lasciano tracce, e storie familiari o relazionali che influenzano profondamente il nostro modo di abitare il corpo.
Ma 𝒓𝒊𝒅𝒖𝒓𝒓𝒆 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒂 𝒖𝒏𝒂 𝒇𝒐𝒓𝒎𝒖𝒍𝒂 𝒓𝒂𝒑𝒊𝒅𝒂 𝒓𝒊𝒔𝒄𝒉𝒊𝒂 𝒅𝒊 𝒄𝒓𝒆𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒄𝒐𝒏𝒇𝒖𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒔𝒂𝒑𝒆𝒗𝒐𝒍𝒆𝒛𝒛𝒂.
Perché due persone con lo stesso sintomo possono avere storie completamente diverse. E due persone con la stessa storia possono sviluppare sintomi differenti.
Il corpo non segue schemi rigidi. Quello che viviamo passa attraverso una fitta trama di livelli: la biologia, il temperamento, i modelli di attaccamento, la storia familiare, il carico emotivo accumulato e il modo in cui il nostro sistema nervoso ha imparato ad adattarsi per sopravvivere. Persino lo stesso sintomo, nella stessa persona, può assumere significati differenti in momenti diversi della vita!
Ecco perché non amo le interpretazioni assolute.
Quando un messaggio è troppo semplicistico, rischia di trasformarsi in una sottile forma di colpevolizzazione mascherata da consapevolezza.
Se ti viene detto: “Il tuo corpo ti sta dicendo che non metti confini”, oppure “Quel sintomo si è manifestato perché non hai ancora capito qualcosa”, finisci per sentirti inconsapevolmente responsabile della tua sofferenza. Come se bastasse “comprendere il messaggio” per stare bene.
Ma la realtà umana è molto più complessa.
A volte comprendiamo perfettamente quello che ci fa male… e il corpo continua comunque ad aver bisogno di tempo.
A volte sappiamo dire “no”… ma il sistema nervoso resta in allerta perché ha passato anni a vivere in tensione.
E a volte ci allontaniamo da situazioni tossiche, per poi ammalarci subito dopo, quando finalmente il corpo si sente abbastanza al sicuro da potersi permettere di crollare.
𝑳𝒂 𝒈𝒖𝒂𝒓𝒊𝒈𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒑𝒓𝒐𝒄𝒆𝒔𝒔𝒐 𝒍𝒊𝒏𝒆𝒂𝒓𝒆, 𝒆 𝒕𝒓𝒂 𝒍‘𝒂𝒍𝒕𝒓𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒏𝒆𝒄𝒆𝒔𝒔𝒂𝒓𝒊𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒇𝒊𝒔𝒊𝒄𝒐!
E il corpo non è un nemico da decodificare, è un alleato da accogliere, vivere, abbracciare, anche e soprattutto quando è imperfetto e fragile.
Per questo 𝒄𝒓𝒆𝒅𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒊𝒍 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐 𝒔𝒖𝒍 𝒔𝒊𝒏𝒕𝒐𝒎𝒐 𝒓𝒊𝒄𝒉𝒊𝒆𝒅𝒂 𝒑𝒓𝒐𝒇𝒐𝒏𝒅𝒊𝒕𝒂̀, 𝒅𝒆𝒍𝒊𝒄𝒂𝒕𝒆𝒛𝒛𝒂 𝒆, 𝒔𝒐𝒑𝒓𝒂𝒕𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐, 𝒖𝒎𝒊𝒍𝒕𝒂̀.
Se è importante non negare il valore simbolico del corpo, è bene rimanere vigili e non trasformarlo in una caricatura.
𝑳𝒂 𝒗𝒆𝒓𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒔𝒂𝒑𝒆𝒗𝒐𝒍𝒆𝒛𝒛𝒂 𝒏𝒐𝒏 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒇𝒓𝒂𝒔𝒊 𝒂𝒅 𝒆𝒇𝒇𝒆𝒕𝒕𝒐, 𝒎𝒂 𝒅𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒄𝒂𝒑𝒂𝒄𝒊𝒕𝒂̀ 𝒅𝒊 𝒓𝒆𝒔𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒍𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒆𝒔𝒔𝒊𝒕𝒂̀, senza la fretta di ridurre tutto a una spiegazione semplice.
L’essere umano non è un algoritmo e il corpo non è un 𝒄𝒓𝒚𝒑𝒕𝒆𝒙 da decifrare, un meccanismo blindato in cui basta indovinare la combinazione giusta per sbloccare automaticamente la guarigione!
Il corpo è il luogo sacro in cui biologia, memoria, relazioni e storia si incontrano e si parlano continuamente.
E va ascoltato con lo stesso rispetto che si deve al destino e al mistero che lo avvolge.
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